Review of D. M. Varisco, Islam obscured. The rhetoric of anthropological representation, Palgrave MacMillan, New York 2005.

by Estella Carpi, letturearabe di Jolanda Guardi, June 29, 2012

Anche a distanza di ben sei anni, vale la pena recensire il testo dell’antropologo Americano Daniel Varisco, considerate l’urgenza attuale di de-cristallizzare i discorsi sull’Islam, particolarmente nel contesto accademico italiano.

Attraverso una rassegna concettuale di eminenti studiosi tra i quali Ernest Gellner e Clifford Geertz, e la de-mitizzazione della sociologa marocchina Fatima Mernissi che ancora pecca di una visione monolitica dell’Islam, Varisco riesce totalmente, a mio avviso, nell’intento di decostruire il solo Islam univoco, omogeneo, aspettatamente coerente e destoricizzato che ci viene rifilato.

L’Islam che definirei “monolitico” tuttora pervade i discorsi dei più esperti: Varisco, attraverso il suo background squisitamente antropologico, invoca invece all’osservazione degli individui che si auto-definiscono “musulmani”, piuttosto che alla catalogazione di ciò che l’Islam teologicamente prevede. L’Islam, come qualsiasi altra religione intesa sia come istituzione che pratica culturale, può soltanto essere rappresentato.

Per demolire le tuttora ancor troppo diffuse stagnazioni dogmatiche e una comprensione campanilistica dell’Islam, è quindi necessario, sostiene Varisco, tener conto del fatto che additiamo costantemente ai misfatti compiuti dai musulmani con maggior indignazione, in riflesso appunto alla nostra lettura dell’Islam, inteso come insieme di valori e pratiche rigorosamente coerenti, rispetto a qualsiasi altra religione.

I musulmani sono invece “conservatori o comunisti, maschi o femmine, giovani e vecchi, ricchi e poveri, di buon umore o mal intenzionati”, che poco hanno a che fare con una logica islamica del “prendere o lasciare”, quale invece ampiamente diffusa nella letteratura al riguardo.

A dimostrazione del fatto che la sola lunga storia della fede islamica sia stata essenzializzata in ideal-tipi, Varisco sarcasticamente ci chiede se abbiamo per caso mai letto libri dal titolo “Il Cristianesimo osservato” o “Aldilà del pane e del vino”.

Il suo rifiuto categorico di avanzare un ulteriore modello, seppur variegato, di Islam, epistemologicamente risparmia all’antropologia di sfornare ulteriori categorie improduttive su di esso.

“Che senso ha parlare specificamente di una “sessualità cristiana”, o qualcosa di assurdo come l’“ordine sociale ebreo”? Ebrei e cristiani agiscono forse come meri cloni di una visione totalizzante e universalmente valida di sessualità, aldilà di ogni contesto sociale?” Le questioni sollevate da Varisco risultano di estrema importanza per riconoscere come i musulmani differiscano non solo individualmente, ma anche culturalmente.

Con il potenziale sovversivo che l’antropologia, per sua natura, offre in modo particolare, Varisco ricorda all’occidentale orientalista o all’orientale auto-orientalista od occidentalista che l’Islam dev’essere scoperto e analizzato non solo come sistema di credenze, ma soprattutto come dinamica comportamentale e relazionale in un suo specifico ambiente culturale.

Le attuali interpretazioni confessionalizzanti dei cambiamenti sociali attuali in Medio Oriente, chiamnoa con forza l’importanza di tradurre e diffondere questo testo di Varisco in lingua italiana.

Solo con la denaturalizzazione dell’Islam sarà possible effettuare una graduale, nonché faticosa, decolonizzazione concettuale del mondo musulmano e delle sue molteplici soggettività.

“Quando studio il comportamento musulmano, non vedo altro che individui che negoziano le loro proprie identità in contesti in cronico cambiamento”, specifica l’autore. Varisco non cede alla tentazione seducente di svendere facili verità, ed esplora ampiamente con fare leggero, umano, psicologicamente spesso e ilare insieme, come soltanto chi è musulmano può osservare l’Islam. A tutti gli altri, antropologi inclusi, non resta che rappresentare le loro rappresentazioni.

La lettura di Varisco, infine, si delinea a mio avviso come un dovere morale in particolare per coloro che si professano attuali guardiani della Conoscenza e fieri promotori di ecumenismi religiosi e culturali tesi alla “Fratellanza” (a quando la “Sorellanza”?).